Con il caldo aumentano le allergie | Airone Italia

Più caldo, più allergie

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Genova – Temperature sopra la norma, aria stagnante, accumulo di inquinanti. Il risultato è l’aumento delle fioriture anche di quelle piante che, nei soggetti sensibili, provocano allergie. Il cocktail atmosferico e ambientale spiega l’aumento del numero delle persone che presentano i sintomi tipici di questo disturbo: primi fra tutti, occhi rossi e naso chiuso. Più di quattro persone su dieci infatti debbono fare i conti con questi fastidi, come dimostra un’indagine promossa da Anifa (Associazione Nazionale dell’Industria Farmaceutica dell’Automedicazione) e condotta su un campione di italiani fra i 25 e i 65 anni.

Sotto accusa ci sono soprattutto i pollini, che nei soggetti allergici stimolano eccessivamente la reazione immunitaria. In questa “azione” sono aiutati dai gas di scarico, che si attaccano alla superficie dei pollini dispersi nell’aria: da un lato amplificano la capacità antigenica dei pollini, cioè l’intensità della reazione difensiva provocata, e dall’altro stimolano un’infiammazione che aumenta la permeabilità delle mucose rendendole più esposte e sensibili. «L’allergia nasce per una risposta anomala dell’organismo al contatto con sostanze estranee, i cosiddetti allergeni, normalmente innocue» spiega Renato Gaini, Direttore della Clinica Otorinolaringoiatria Università degli Studi di Milano – Bicocca «con l’avvicinarsi della bella stagione è particolarmente diffusa la rinite allergica, volgarmente anche detta raffreddore da fieno». Secondo l’indagine, sono infatti gli starnuti il fastidio più frequente, visto che interessano otto allergici su dieci. Il gocciolamento nasale è un problema per il 58 per cento delle persone, seguito dalla lacrimazione, che tocca il 55 per cento degli allergici, prurito nasale e oculare (rispettivamente nel 54 e 52 per cento dei casi), congestione nasale e occhi lucidi, nel 48 e nel 42 per cento e talvolta anche tosse, nel 38 per cento dei casi.

Difendersi è quasi impossibile, ma si può far fronte ai problemi con la classica scorta di fazzoletti e con i farmaci che permettono di limitare i sintomi. E seguendo i consigli pratici per la vita quotidiana, in casa e in ufficio e all’aperto, che riportiamo qui sotto. Il boom delle allergie si lega sia all’oggettivo incremento della predisposizione a sviluppare queste malattie cui si assiste da anni, sia alla vita sempre più “pulita” che conduciamo: fin da bambini viviamo in una sorta di “paradiso” igienico che limita il contatto con quei virus, batteri e parassiti che potrebbero indirizzare meglio l’azione del sistema immunitario.

Ma, secondo una recente ricerca, sarebbe strettamente legato anche ai mutamenti climatici del pianeta. Il mondo ha sempre più caldo, e questo allunga la permanenza dei pollini nell’ambiente. Non solo: la quantità di piogge tende a calare, quindi gli inquinanti si mantengono più a lungo nell’ambiente. Ecco perché i cambiamenti climatici contribuiscono ad aumentare l’incidenza mondiale non solo delle allergie, ma anche di asma, malattie infettive e cardiovascolari. A lanciare l’allarme è un documento apparso sulla rivista “Proceedings of the American Thoracic Society”, redatto da un comitato che riunisce i principali pneumologi mondiali. A rischio, secondo gli esperti, sarebbero soprattutto le persone che più subiscono questi effetti, cioè i bambini, gli anziani e chi soffre di malattie come la bronchite cronica o l’asma. Le dinamiche in cui un fenomeno come questo influisce sono diverse: infezioni causate da batteri tipici dei Paesi a clima temperato si sviluppano oggi nell’area scandinava. E anche in Europa del Sud si comincia a temere l’infezione da Chikungunya, un parassita tropicale che viene trasmesso con la puntura della zanzara tigre.

Tornando alle allergie, ci si accorge che le spore di alcune muffe, fino a qualche tempo fa individuate solo in America Centrale, sono state trovate addirittura in Canada, nella zona di Vancouver. E proprio queste muffe sarebbero responsabili di molti nuovi casi di allergia e asma. Addirittura, anche le epidemie influenzali più gravi verrebbero in qualche modo “guidate” dai mutamenti climatici. Secondo uno studio condotto all’Università Columbia e all’Università di Harvard e pubblicato sulla prestigiosa rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences”, a precedere le pandemie influenzali ci sarebbe sempre un calo delle temperature medie superficiali dell’Oceano Pacifico, ovvero quanto accade nella cosiddetta Niña. È, in pratica, il contrario del Niño, che invece porta ad un aumento della temperatura delle acque. Questo fenomeno guiderebbe anche gli spostamenti degli uccelli migratori che non solo trasportano i virus, ma creano al loro interno anche nuovi ceppi virali, responsabili – appunto – delle forme più gravi di influenza.

Fonte: Il Secolo XIX

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